Fondazione Unipolis

Vuoi implementare un progetto simile per la tua Non Profit?

Abbiamo chiesto a Elisa Paluan, program officer di Fondazione Unipolis, di raccontarci del progetto di ottimizzazione del modo di monitorare i progetti e valutare l’impatto sociale. 

Ecco quello che ci ha raccontato.

Chi siamo e cosa facciamo

Il nostro intento è favorire la crescita culturale, sociale e civica delle persone e delle comunità. Nel concreto, come fondazione d’impresa negli anni abbiamo sviluppato un ruolo di abilitatori su innovazione sociale e mobilità sostenibile. Io sono program officer, mi occupo di progetti, coordino le attività di comunicazione e co-gestisco il processo di valutazione d’impatto, o dei risultati come preferiamo chiamarlo, assieme a Laura Baiesi.

Che progetto volevate implementare?

Vi ho conosciuto tramite Assifero e, vedendo la presentazione di un vostro prodotto a supporto proprio della valutazione d’impatto, volevo indagare se fosse in linea con le nostre esigenze. Il nostro è stato un percorso modulare, fatto anche di tentativi ed errori. 

Nella costruzione di una strategia di valutazione dei risultati, siamo partite dallo sviluppare una nostra Teoria del cambiamento, andando poi a indagare quali fossero i KPI (key performance indicators) che rispondessero effettivamente agli obiettivi attesi, dalle azioni dirette di Unipolis e dalle attività implementate dai beneficiari che sosteniamo.

Per raccontare quello che stavamo facendo, abbiamo implementato sul nostro sito Open Report, una pagina di rendicontazione digitale realizzata in collaborazione con Refe, per abbinare a quello che era il classico bilancio d’impatto una rendicontazione che fosse più fluida, non per forza annuale ma ongoing. E poi a quel punto ci siamo scontrate con una necessità molto pratica di implementare uno strumento di raccolta dati.  Come primissima soluzione abbiamo adottato il classico questionario online, però non ci funzionava, non rispondeva alle nostre esigenze. Quando ho visto la vostra presentazione ho intuito che avrebbe potuto supportarci, con le opportune personalizzazioni cucite sui nostri bisogni. Un punto critico della valutazione di impatto è il  tempo: noi siamo un piccolo staff ci occupiamo di varie cose, avere uno strumento valido ed efficace di raccolta dati ci ha aiutato molto a ridurre l’impatto sulle attività e rendere efficiente questo processo.

E poi finalmente siamo in grado di avere una panoramica precisa e una visione d’insieme dei dati: apriamo lo strumento e abbiamo già una visualizzazione grafica di reportistica di dati utile per fare una prima lettura di quello che sta succedendo rispetto ai nostri beneficiari. Lavorando poi su progetti molto diversi tra loro, abbiamo ancora più bisogno di una tecnologia flessibile che ci venga dietro, anche perché per noi la matrice di valutazione dei risultati non è statica ma dinamica, la modifichiamo ed arricchiamo nel tempo.

 

Per noi, la valutazione dei risultati è assolutamente connessa e funzionale alla pianificazione strategica: la lettura dei dati ci aiuta ad analizzare e ad avere una visione sul nostro agire.
Elisa Paluan
Program Officer Fondazione Unipolis

Come si è svolto il progetto di implementazione di un software di supporto alla valutazione d’impatto e che sviluppi vedi?

Tramite tante call insieme al team di TechSoup: molti scambi di racconto delle nostre esigenze, brainstorming e interrogazione del lavoro che avevamo già intrapreso sulla valutazione dei risultati negli anni, coadiuvati da vari partner. Solo dopo abbiamo lavorato sulla piattaforma, dove ad ogni esigenza corrispondeva uno sprint di lavoro di implementazione del software. Noi procedevamo alle revisioni soprattutto in termini di user design, per dire cosa ci ritornava in termini di funzionalità e cosa no. 

Insomma, facciamo crescere il software in base a continui feedback dettati dall’uso lato nostro e lato beneficiari – anzi, come sviluppo del progetto, vorremmo capire come il software possa essere utile anche ai beneficiari. Perché quello che vedo che manca proprio è che la raccolta dati, come processo utile alla valutazione d’impatto, ad un certo punto si ferma, mentre per essere efficace dovremmo andare oltre e chiedere ai nostri beneficiari di proseguire nella raccolta dati strutturata e aggregata. Il problema è che servono risorse, quindi già offrire come risorsa il fatto che loro possano avere uno strumento digitale di raccolta dati, quello sarebbe un lavoro, secondo me, utilissimo.

 Una grande sfida in tutto questo è, come spesso succede, il digital divide culturale nell’uso di strumenti digitali – la fatica ad aprirsi all’uso di strumenti nuovi, il pregiudizio nel pensare che il digitale sia difficile a prescindere. 

In questo, abbiamo trovato molto utili i tutorial forniti da TechSoup, non solo per noi come team ma anche per i nostri beneficiari. Abbiamo visto che, educandoci tutti pian piano a nuovi strumenti, si è ridotta tantissimo la mancanza e la dispersione di dati raccolti. E poi abbiamo visto un cambio anche di approccio ai dati in ottica di valutazione d’impatto: lo strumento permette di ragionare quali dati sono funzionali per misurare quale effetto. Perché un conto è meramente quantificare o descrivere le cose che si fanno, un altro è chiedersi che effetto hanno prodotto su persone, comunità, territori.  

Attivare un ragionamento: è proprio una questione di cambio culturale che attraverso questo lavoro stiamo cercando di fare, un cambio di paradigma necessario per iniziare ad avere la capacità di comprendere che non tutto quello che si realizza è interessante e ha un effetto. Quindi qui la sfida si innesta su due temi enormi, il digitale e la cultura del dato. Occorre essere consapevoli che la disponibilità al cambiamento si nutre di fiducia. 

Un suggerimento per altre Non Profit

Se domani non ti venissero erogate più risorse per la tua Non Profit, come convinceresti le persone a scommettere sulla tua realtà? Non dicendo che hai bisogno di risorse perché devi esistere, ma perché crei qualcosa, cioè contribuisci al valore, al bene comune. Per far vedere che contribuisci al bene comune devi dare qualche evidenza.

Può essere anche qualitativa, però qualche evidenza ci deve essere. E qui devi raccontare il tuo output, cioè cosa produci e cosa generi con le risorse che hai, non solo riceverle passivamente.

E quindi sì, incoraggerei la cultura della raccolta dati come funzionale al racconto del proprio contributo alla costruzione del bene comune. E in questo, il digitale aiuta tantissimo a semplificare i processi. Cioè, il digitale alla fine, nel bene e nel male, è uno strumento che permette di avvicinarci all’efficienza. Il ritorno sull’investimento nel digitale è fatto di tempo liberato, trasparenza e comprensione.  

La cultura della raccolta dati come funzionale al racconto del proprio contributo alla costruzione del bene comune
Elisa Paluan
Program Officer Fondazione Unipolis
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Realtà sostenute nel 2023
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Realtà formate
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Protocolli e convenzioni stipulate

Ha seguito il progetto lato TechSoup

La sfida

Sfruttare il potenziale del digitale per strutturare il monitoraggio dei progetti e dell’impatto sociale

La soluzione

Creazione di una piattaforma personalizzata e flessibile

Il metodo

Co-progettazione incrementale con approccio Agile

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